Natale è una festività molto sentita in tutta Italia. Il Natale in Toscana si lega a usi e costumi molto antichi, alcuni dei quali sono ancora vivi mentre altri sono andati persi, nonostante costruiscano la base di molti aspetti dell’identità regionale.

L’Italia è una nazione nata da due grandi civiltà, quella contadina e quella marinara. Mentre il passato ha lasciato spazio a nuove abitudini e molti antichi rituali sono andati persi, ci sono località in cui il legame con il passato viene vissuto ancora intensamente. Il passato non è solo ricordo e commemorazione, ma è la radice del presente, essenza e linfa vitale per il futuro.

In Toscana, ad esempio, l’eredità culturale contadina è ancora vissuta in modo molto forte; usi e costumi di un tempo vengono tenuti vivi affinché l’insegnamento che gli antenati ci hanno tramandato con la loro vita e il loro esempio non venga mai dimenticato.

Chi ha la possibilità di trascorrere il periodo delle feste nella regione del Chianti e di Firenze, potrà comprendere davvero quanto le tradizioni di Natale in Toscana siano ancora vive. Si può dire che l’atmosfera cambia radicalmente, come se qualche inventore fosse riuscito a mettere a punto una macchina del tempo capace di riportare nel passato. Ma la magia non è solo suggestione: è reale, perché le tradizioni di Natale in Toscana non sono tenute in vita solo in modo superficiale, ma sono sentite profondamente dalla popolazione locale.

Il ceppo di Natale

C’è un antico rito che purtroppo è andato perduto, non perché non fosse più apprezzato, ma perché lo stile di vita moderno è troppo diverso da quello che si praticava un tempo nelle campagne. Si tratta della tradizione del ceppo natalizio.

Nel corso dei secoli in Toscana, come nel Nord Europa, il ceppo era espressione dell’arrivo del Natale.

Il ceppo è un tronco di legno, più esattamente quello che si trova alla base di un albero, vicino alle radici, che in passato veniva portato in casa la Vigilia di Natale. Questo legno doveva ardere fino a Santo Stefano,  in alcuni casi fino all’Epifania.

Il significato simbolico del ceppo era fortissimo: il fuoco è vita, morte e resurrezione. Era un’offerta alle forze vitali della natura, un modo per creare un legame con i defunti, era il simbolo della speranza tenuta accesa per interi giorni.

La sera della vigilia, le famiglie invitavano il ceppo a rallegrarsi, perché l’indomani sarebbe stato il giorno del pane, descrivendo poi uno scenario in cui l’abbondanza del vino e del grano avrebbe evidenziato la particolarità del giorno che stava per arrivare, ossia il giorno di Natale. Era usanza intonare durante la “cerimonia del ceppo” la preghiera:

“Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane:
ogni grazia di Dio entri in questa casa.
Le donne facciano figlioli, le caprette, i capretti,
le pecore, gli agnelli; abbondi il grano e la farina,
e si riempia la conca di vino”.

In seguito, dei bambini bendati, poi ricompensati con dolci e altri regali, dovevano colpire il ceppo con delle tenaglie, mentre il resto della famiglia intonava una particolare canzoncina, chiamata “Ave Maria del Ceppo”

“Ave Maria del Ceppo
Angelo benedetto,
L’Angelo mi rispose,
Portami tante cose”.

Oggi non ci sono più camini in cui far ardere il ceppo, ma i toscani non hanno dimenticato il profondo significato di questo rito. Basterebbe recarsi in alcune località della regione la sera della Vigilia di Natale per rendersene conto con i propri occhi.

Il Natale nelle città è straordinario, ma è fatto di luci artificiali, di vetrine, di traffico e suoni. Nella campagna toscana, dove vivono ancora le usanze di un mondo che forse non esiste più, ma che certo fa parte in modo inequivocabile del DNA della gente del posto, il Natale ha un altro sapore.

Profuma ancora della resina del legno, del fumo di un fuoco che arde nella notte. La sacralità di una delle notti più importanti in assoluto per ogni credente sembra amplificata da quei riti che si ripetono immutati, sia nella forma che nella sostanza. E non viene trascurato nemmeno l’aspetto culinario.

Un antico detto toscano recita così:

Chi guasta la Vigilia di Natale, corpo di lupo e anima di cane”.

Con queste parole si allude al rigido divieto di mangiare la carne nel giorno della Vigilia, salvo poi potersi rifare durante il pranzo di Natale, quando le tavole venivano imbandite con le più squisite specialità della cucina regionale. Per chi ha la possibilità di trascorre le vacanze di Natale in Toscana, è dunque d’obbligo festeggiare il 25 con i migliori manicaretti della tradizione locale.

 

Fonti:

http://www.tuscanypeople.com/tradizioni-natale-toscana/

http://www.lavaldichiana.it/ceppo-natale-valdichiana/

http://guide.supereva.it/antropologia/interventi/2008/12/la-festa-del-ceppo-e-i-dolci-di-natale

https://it.wikipedia.org/wiki/Ceppo_di_Natale

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